HR & Recruiting

Millennials al lavoro

11 febbraio 2019

Si sente sempre più spesso parlare dei Millennials ma chi sono?

Sono la generazione Y, persone nate tra i primi anni Ottanta e il 2000, che oggi hanno tra i 18 e i 38 anni.

Partecipano ai flashmob, adorano l’happy hour e acquistano online. Sono nati in piena rivoluzione digitale e difatti navigano costantemente in internet. Frequentano Youtube, Instagram e i blog.

Viaggiano low cost ma rappresentano la prima generazione realmente globale! Sono infatti più internazionali delle generazioni precedenti, sono più abituati a parlare lingue straniere e in particolare conoscono meglio l’inglese. Grazie all’Erasmus, il programma di mobilità internazionale nato nel 1987 che in 30 anni ha consentito a più di 4 milioni di studenti in tutta Europa di trascorrere un periodo di studio all’estero, i Millennials considerano la mobilità all’estero una prassi più che normale.

Non sono però tutte rose e fiori. La Generazione Y, infatti, vive nel mezzo della più grande crisi economica, registra il più alto tasso di disoccupazione ed è la prima generazione a stare peggio di quella dei propri genitori, con i quali vivono fino oltre i 30 anni!

Rispetto ai giovani degli anni Settanta, attualmente gli under 35 se la passano peggio, da più punti di vista: registrano tassi di disoccupazione più alti, la percentuale di occupati è decisamente più bassa e sono più poveri, soprattutto nel sud Europa. Inoltre, oggi prevalgono i contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato.

Sui Millennials è stato detto di tutto e di più: del resto, la diversità, si sa, fa paura.

Chi si occupa di recruiting dovrebbe però lasciare da parte stereotipi e pregiudizi e capire che è ormai fondamentale investire sui millennials, perché se oggi rappresentano circa un terzo della forza lavoro, tra pochi anni saranno più della metà a livello globale. E’ quindi fondamentale per le aziende adeguare le proprie strategie di recruiting al cambiamento della composizione e soprattutto delle attitudini della forza lavoro.

Non dimentichiamo, infatti, che stiamo parlando di quella generazione che padroneggia la tecnologia fin dai primi anni di vita. Le aziende tradizionali, per esempio, dovranno ad un certo punto rassegnarsi alle innovazioni digitali e capire che queste possono rappresentare un vantaggio economico, se non altro in termini di produttività. Il fatto di essere sempre connessi, ad esempio, facilita l’introduzione di nuove modalità di lavoro con orari più flessibili: ciò non necessariamente significa lavorare meno, anzi da studi condotti in USA è emerso che il 40% dei workaholic, cioè dei “malati di lavoro”, è rappresentato da millennials. E’ emerso anche che alle nuove generazioni non importa più di tanto fare regolarmente straordinari o non godere a pieno delle proprie ferie, se nel quotidiano possono sentirsi più liberi di organizzare il lavoro come meglio credono. Insomma, ciò che sembra interessare di più i Millennials non è tanto l’orario tradizionale di lavoro 9-18 5 giorni su 7, ma gli elementi più importanti per loro sono la retribuzione, lo sviluppo professionale e le opportunità di avanzamento professionale.

Per questo motivo, per potersi mantenere competitive, le imprese dovranno investire molto in formazione ed essere chiare in merito alle opportunità di carriera e questo ovunque e sempre: sul sito, nelle pagine social, nelle job description, durante i colloqui di lavoro, nelle negoziazioni salariali, ecc.

E’ dunque fondamentale per i recruiters investire sempre più sull’Employer Branding, perché i Millennials visitano le pagine web, i social, eventuali blog per avere una visione d’insieme della cultura aziendale. Così come un tempo era il candidato a dover convincere l’azienda dei vantaggi della propria assunzione, oggi sono le aziende a dover competere per attrarre i migliori giovani talenti!

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